La Chiesa di Taranto festeggia i 70 anni dell’Arcivescovo mons. Filippo Santoro

Scritto da Maria Silvestrini  •  11 Luglio 2018   • 

Nel volgere dei giorni, il compleanno è una breve pausa che aiuta a riflettere sul cammino compiuto e sui passi futuri. Quando gli anni sono 70 il cammino è lungo. Mons. Filippo Santoro lo ha percorso con un forte impegno ecclesiale che abbraccia due continenti e lo ha portato a svolgere attività di grande prestigio all’interno della Chiesa. L’ultimo in ordine di tempo la Presidenza della 48ma Settimana Sociale dei Cattolici che si è svolta a Cagliari nell’ottobre scorso. Non un evento, o un convegno, ma l’inizio di un processo, di un cambio di passo, perché – come ebbe a dire – “Sulla realtà del lavoro si gioca il futuro di una società ed anche la responsabilità dei cattolici nella costruzione del bene comune”.L’impegno nel sociale è uno dei tasselli che troviamo nella miscellanea di contributi che compongono il corposo testo “Mistero dell’Incarnazione e sfide attuali” il cui primo autore è proprio il nostro amato Arcivescovo.

Un testo "pesante" per l’alto valore teologico degli scritti il cui fondamento è issato nello stemma di mons. Santoro “Verbum caro factum”, il mistero del Verbo Incarnato che permane attraverso la Chiesa illuminando il cammino umano nelle sfide del presente, come si legge nell’introduzione di don Francesco Castelli. Don Francesco insieme a don Alessandro Greco (Vicario Generale), don Francesco Nigro e don Angelo Panzetta (preside della Facoltà Teologica Pugliese) hanno costituito il coordinamento scientifico dei docenti dell’ISSR San Giovanni Paolo II, a cui è stato demandata la compilazione dei diversi scritti.

La prima parte del testo porta i contributi di Mons. Santoro a partire dalla svolta maturata all’interno del Concilio Vaticano II, la seconda è invece affidata ad otto docenti dell’ISSR: Alessandro Greco, Francesco Nigro, Luigi Romanazzi, Antonio Panico, Vincenzo Annicchiarico, Oronzo Marraffa, Cosimo Sergio e Marcello Acquaviva. La presentazione è avvenuta lunedì 9, nel salone dei Vescovi all’interno del Palazzo Episcopio, uno scenario particolarmente solenne per un evento gioioso ma anche di grande spessore. Il compito di spiegare il tema trattato è stato svolto dallo storico prof. Vittorio De Marco e dal teologo don Angelo Panzetta, che hanno tracciato il filo rosso che lega i diversi scritti. Il primo ha sottolineato quanto sia cambiata la prospettiva della Chiesa negli ultimi due secoli e come, nella lettura dell’ultimo Concilio Vaticano II fatta dal nostro presule, siano ben chiari i due tratti del suo episcopato costituito da pensiero ed azione. Il timbro latino americano, concreto, veloce, dinamico, si sposa con una riflessione matura che coglie la teologia di un episcopato più collegiale ed aperto come si evince dall’esperienza della Conferenza di Aparecida. Don Angelo Panzetta è entrato nel più complesso spessore teologico degli scritti che, pur spaziando su temi assai diversi dall’omiletica all’impegno sociale, coglie le sfide dei tempi nuovi.

Mons. Filippo Santoro, nel ringraziare gli intervenuti, ha spiegato con linguaggio semplice, il messaggio sempre attuale del Verbo Incarnato: “La Chiesa interviene nel mondo a partire da un fondamento: Cristo Signore. Non si lancia nella mischia senza conoscere la forza del Mistero che l’accompagna. Questi scritti dicono di una ricerca rigorosa, di una identità forte, di un modo non avventato di affrontare la realtà. Noi dobbiamo giocarci la nostra partita nelle difficoltà presenti, sicuri, non delle nostre idee, ma della certezza del Mistero che ci raggiunge e fa i conti con il cuore di ciascuno di noi e con la vita quotidiana…. Lungo il cammino di questi giorni porto Taranto, una ricca e complessa realtà, che mi ha accolto in maniera straordinaria, che mi fa il dono di non lasciarmi mai tranquillo, e di rimettermi sempre in azione…“. Parole di speranza, parole di gioia. Grazie Eccellenza ed auguri di anni sempre attivi e pieni di forza per sostenerci in questi tempi difficili.

Nel segno del servizio

la festa del Corpus Domini

Scritto da Maria Silvestrini  •  04 Giugno 2018   • 

“La processione del Corpus Domini è il momento più alto della nostra fede. Il Signore passa in mezzo a noi e ci chiama a rinnovare le promesse del nostro battesimo”.

Con queste parole di S.E. mons. Filippo Santoro, domenica sera la solenne processione del Corpus Domini si è mossa dalla Chiesa di Sant’Antonio ed ha attraversato le vie del Borgo fino a Piazza della Vittoria. Ad accompagnare il Santissimo le tante confraternite della città, coloratissime nei loro abiti di rito, gli Scouts, i Cavalieri del Santo Sepolcro e i Cavalieri dell’Ordine di Malta, i diaconi ed i presbiteri della Diocesi. Dietro l’Ostensorio, retto dall’Arcivescovo, una grande folla di gente che ha pregato e cantato per tutto il percorso aspettando il momento della solenne benedizione.

Sempre molto attesele parole conclusivedell’Arcivescovo che sono state insieme preghiera ed esortazione. “Con semplicità e devozione siamo qui a rendere grazie al Signore, per la Sua presenza in mezzo a noi, per il dono che fa a ciascuno e a tutta la città di Taranto e all’intera Arcidiocesi”. Cita i versi di Claudel e le epistole di San Paolo per ricordare che nulla è più bello che stare di fronte alla Luce dell’Eucarestia segno che “il Signore è qui e ci è contemporaneo, cammina con noi, nelle nostre strade, benedice le nostre case, i nostri mari, gli esercizi commerciali segnati dalla crisi, gli ammalati, i bambini, i poveri. … L’Eucarestia è il segno più grande dell’appartenenza, Cristo risponde alla sete, alla fame che abbiamo della verità, della felicità, della bellezza, dell’amore, della giustizia, della salvezza”. Una preghiera di ringraziamento e di lode che nella seconda parte diventa riconoscimento della necessità di restare uniti al Signore per superare le nostre fragilità come singoli e come comunità. “Noi dobbiamo crescere in una vita concreta donando il tempo e le energie non solo per la nostra casa, per la nostra parrocchia, ma per la Diocesi intera, per tutti coloro che hanno bisogno”. Un segno di questa condivisione sono la casa di accoglienza per i senza tetto San Cataldo e quella per l’accoglienza dei migranti Madre Teresa di Calcutta, fortemente volute da mons. Santoro.

La festa del Corpus Domini, ricorda, è il segno più alto della nostra spiritualità, “la presenza dell’Eucarestia è una porta aperta fra il tempio e la strada, fra la fede e la storia, tra la città di Dio e la città dell’uomo”. Cita Papa Francesco dom Filippo e sottolinea che la politica può essere la forma più alta della carità come dimostrano figure quali Giorgio La Pira ed Aldo Moro. “Non possiamo restare muti ed impauriti davanti alle grandi questioni del nostro tempo, alla luce della fede e della dottrina sociale della Chiesa, anche noi vogliamo portare nel nostro Paese, nella nostra Diocesi, nella nostra città, la forza trasformante del Vangelo a partire dalla formazione dei giovani. … Tra noi, nella nostra società c’è ancora tanta incertezza auspichiamo che il nuovo governo svolga bene il suo compito di servizio al popolo, venendo incontro al diffuso disagio sociale, aiutando a superare la povertà crescente, la disoccupazione particolarmente quella giovanile, il divario tra nord e sud, difendendo la salute, l’ambiente, sostenendo concretamente la famiglia , il lavoro onesto e degno, combattendo ogni forma di illegalità e di mala occupazione. Adesso chiediamo ai nostri nuovi governanti di passare dalle promesse ai fatti, che i governi nazionali e locali, curino non i propri interessi ma quelli della gente e in particolare dei più poveri”. Ma, nel momento della difficoltà, ricorda, siamo tutti corresponsabili. “Ho sempre sostenuto che lo sconforto e il lamento non giovano a nessuno, ciascuno faccia la sua parte per superare l’incertezza e la precarietà nel nostro territorio. La salvezza, torno a dire, ci viene dal Signore e non dall’azione politica,ma la politica e l’organizzazione della nostra presenza nella società possono svolgere un ruolo importante quando diventano servizio. Impariamo anche noi a servire, ciascuno nel proprio ambito, a donarci, e guardiamo al Signore che ci ha insegnato come si ama fino alla fine”.

 Infine l’appello a vivere pienamente il nostro Battesimo: “Guardando questa Eucarestia, questo Amore donato, questo Sangue versato, questa Misericordia, questo Perdono riversato su tutti, in ogni angolo delle nostre case, dei nostri quartieri e delle nostre città, se siamo chiamati a benedire, diventiamo noi stessi una benedizione, se siamo chiamati a ringraziare diventiamo un ringraziamento, se a lodare una lode, se a perdonare ad essere perdono ed Eucarestia. Il Pane eucaristico è il pane dei pellegrini, non dei sedentari, Gesù ha camminato con noi e ci invita a proseguire il cammino, ad uscire per annunciare il suo amore e per servire, ci invita a consumare la suola delle scarpe nella missione, a curare le ferite dei cuori con un amore concreto” .

 

(Foto di Rosa Colacoci)

Mons. Filippo Santoro celebra il trentennale dalla fondazione dell’Ulivo

Scritto da Maria Silvestrini  •  14 Maggio 2018   • 

La Cittadella della Carità in primavera è avvolta dal respiro di centinaia di piante fiorite, nei viali, sotto gli alberi si respira la quiete dei primi giorni caldi. All’ombra dei grandi pini, una vela bianca protegge appena l’altare della celebrazione nel giorno in cui si celebra il trentennale dall’apertura dell’Ulivo. Una festa semplice e sentita a cui la presenza del nostro Arcivescovo Mons. Filippo Santoro ha dato il suggello delle cose importanti.

“Grazie Eccellenza per essere qui, la sua presenza ci rafforza nell’impegno e ci dà fiducia per un cammino difficoltoso ma pieno di speranza” – ha detto nel saluto il Presidente della Fondazione Giuseppe Mele. Intorno all’altare i sacerdoti delle parrocchie del quartiere Paolo VI, gli amici di vecchia data della Cittadella, il Consiglio di amministrazione, i medici e gli operatori, i tanti volontari che da trent’anni si spendono per rendere più sereno il soggiorno degli ospiti.

Fra i più anziani il pensiero corre a quel 1° Maggio 1988 quando venne inaugurato il padiglione Ulivo, il primo del grande progetto della “Cittadella della Carità” voluto da mons. Guglielmo Motolese, costruito con i contributi dei lavoratori dell’acciaieria.

A distanza di trent’anni, nell’omelia, S.E. mons. Filippo Santoro ha ripercorso il sentiero di carità che portò alla costruzione dell’opera e ha indicato nell’Amore l’elemento unico che può alimentare nel tempo il proseguimento del sogno che in quegli anni veniva realizzato. “Rimaniamo fedeli a quell’Amore grande che spinse don Guglielmo a quest’impresa e abbiamo fatto tutto il possibile perché l’opera potesse andare avanti. Ci sono segni positivi in un cammino difficile, un percorso bello e impegnativo per questa Cittadella nata per chi ha bisogno di cure e di affetto. Guarire dalla sofferenza è un compito che mette al primo posto l’UMANITA’. Non bastano medicamenti avanzati e cure sollecite, occorre mettere il cuore nell’accogliere la fragilità dei nostri fratelli. L’eccellenza di questo luogo dipende dal cuore che mettete nel vostro agire. Ho sempre detto che non voglio sia disperso un solo posto di lavoro, ma questo non vuol dire che a fronte dei diritti non ci siano anche dei doveri. Siate vigilanti sul lavoro ben fatto. Dare il meglio di sé in quest’opera è un impegno ed una missione, solo così possiamo costruire insieme una struttura di eccellenza. Eccellenza nella qualità, ma prima ancora eccellenza nell’amore”. L’Arcivescovo ha poi ringraziato gli amici, i volontari, le suore e tutti gli operatori per la testimonianza di affetto ed attenzione.

La comunione d’intenti era palpabile, una serena armonia sembrava legare ogni momento della celebrazione: il coro degli operatori sanitari e dei volontari, il breve discorso di ringraziamento della dottoressa D’Abramo, responsabile R.S.A., le fronde di ulivo poggiate sull’altare a significare un’opera radicata nell’Amore di Dio, longeva e forte, capace di superare le tempeste e di dare refrigerio a chi lo chiede. Un inno di ringraziamento e di speranza per ricordare la forza di un impegno che non si esaurisce nella cura. La dedizione nel recupero e nella riabilitazione dei pazienti può rappresentare la professione sanitaria dell’oggi, moderna ma con radici profonde.

 

(Foto di Rosa Colacoci)

Gli 80 anni di don Domenico Liuzzi

cappellano alla Cittadella della Carità

Scritto da Gabriella Ressa  •  17 Aprile2018   • 

“Anche con un po’ di titubanza comunico a tutti i fratelli nella fede che, ringraziando il Signore, sono arrivato a ottanta anni. Ripercorrendo tutti questi anni, devo dire che ho vissuto esperienze meravigliose. Non posso non ricordare quello che mi ha visto impegnato per tanti anni nel ruolo di cappellano militare in mezzo a tanta gioventù proveniente da tutte le regioni d’Italia”. Con la discrezione e l’umiltà che lo hanno sempre contraddistinto don Domenico Liuzzi, cappellano alla Cittadella della Carità, accetta di raccontarsi ora che ha raggiunto gli 80 anni.

Poco tempo fa tutta la Cittadella della Carità, nella quale svolge il suo servizio da anni con indefessa dedizione verso gli ammalati, gli ospiti, i parenti, e tutto il personale della struttura, lo aveva festeggiato per il raggiungimento di una data importante e significativa: i 50 anni di sacerdozio.

Don Domenico è un sacerdote instancabile che da anni segue e serve gli ammalati della struttura, con un ampio sguardo di misericordia sul personale, ma anche su tutte le persone che transitano per la Cittadella.

 

Dopo il congedo militare nel 1999, l’indimenticabile Mons. Motolese lo volle nella sua Cittadella, come padre spirituale. Anni di servizio con Cristo e per Cristo, scegliendo di dedicarsi ai giovani e poi ai malati, agli anziani, ai sofferenti.

 

Ora gli ottanta anni, che lo rendono disponibile ad una chiacchierata. “Ho avuto contatti con tanta gente che ha collaborato con me per la crescita umana e cristiana. Voglio ricordare nel quarantesimo della morte di Aldo Moro, il periodo critico vissuto da tutto il paese nel corso dei decenni ed il lavoro svolto per l’evangelizzazione, l’appello al senso di giustizia, il richiamo all’osservanza della legge, l’amore comunitario, il tutto con l’appoggio fraterno di tanti colleghi che hanno collaborato con serietà e passione”. Don Domenico ha avuto ed ha ancora tanti contatti con i giovani della Facoltà di ingegneria di Taranto – Centro Interdipartimentale del Politecnico di Bari “Magna Grecia” ( la cui sede è al quartiere Paolo VI) e dei Corsi di Laurea delle Professioni Sanitarie (la cui sede è nella Cittadella).Il dialogo con i giovani permette la realizzazione di confronti culturali comunitari su temi di attualità. Anni di servizio amorevole i suoi, di devozione alla Chiesa e al suo amato Pastore mons. Filippo Santoro.

Una presenza discreta ma costante, che ha sempre guardato all’essenziale; portare la voce del Signore in chiunque voglia ascoltare, confessare (è sempre disponibile), distribuire l’eucaristia, “perché nutrendosi del Signore si diventa più forti”.

 

“Invito i confratelli giovani sacerdoti a vivere con entusiasmo il proprio sacerdozio nelle varie attività pastorali, nella certezza che il Signore è vicino a noi tutti, illuminandoci in ogni momento, perché la nostra azione lasci il segno nel cuore delle persone con le quali abbiamo rapporti”. Naturale una sua riflessione sul futuro.

“Si avvicina il momento della pensione, e se il Signore mi darà vita, eserciterò il mio ministero sacerdotale nel mio paese di Noci, a disposizione della volontà del Vescovo Giuseppe Favale. Voglio ringraziare tutti coloro che mi sono stati vicini nel mio esercizio pastorale, in particolare Sua Ecc. Mons. Filippo Santoro.

Voglio infine ricordare tutti i vescovi che hanno avuto fiducia in me: Mons. Motolese, il Card. De Giorgi, Mons. Papa e Mons. Filippo Santoro”.

 

Gli auguri di Pasqua

di S. E. Mons. Filippo Santoro

Scritto da Gabriella Ressa  •  10 Aprile2018   • 

La vita al di sopra di tutto, questo l’augurio che ci lascia la Pasqua dal messaggio di Mons. Filippo Santoro in ILVA

Così Paolo VI cinquant’anni orsono: «Prima e dopo tutto la vita è la cosa è più importante d’ogni altra; l’uomo vale più della macchina e più della sua produzione». I giorni della Settimana Santa costituiscono per noi tarantini un momento speciale di grazia e di riflessione. Li abbiamo vissuti profondamente, guidati dal magistero del nostro Arcivescovo, che ha sottolineato con il suo insegnamento i diversi passaggi della Passione di Nostro Signore. Nel riprendere il cammino quotidiano ci sembra particolarmente significativo per l’essenza stessa della nostra Cittadella della Carità, quanto ha voluto ricordare in merito al primato della vita e dell’uomo nel discorso tenuto in Ilva il mercoledì santo in occasione del precetto pasquale.

“Quest’anno siamo chiamati a far ricordo della visita del Beato Paolo VI a Taranto. La notte di Natale del 1968, egli volle celebrare il Mistero della nascita del redentore fra questi altoforni. Cosa quell’evento può donarci dopo 50 anni? Credo che, oltre tutte le contestualizzazioni storiche dovute, ci serva ricordare l’atto profetico in sé. Papa Montini infatti, desiderava ricucire uno strappo fra la Chiesa e il mondo del lavoro, lì dove la Chiesa veniva percepita estranea alla fabbrica. Il mondo stava cambiando rapidamente e Paolo VI sentiva il bisogno di cittadinanza cristiana lì dove sembrava che Dio non c’entrasse più. Nell’economia della salvezza però, il lavoro viene santificato ed è santificante proprio perché Gesù, identificato come figlio del carpentiere, era egli stesso un lavoratore, un artigiano, un operaio. …

Paolo VI si è dimostrato profeta nel suo tempo. Essere profeti significa essere annunciatori, gettando luce sul futuro e scuotendo le coscienze al cambiamento. Ecco perché i profeti non possono piacere a tutti, perché l’invito alla conversione è predicato con azioni concrete della vita, con stili che vanno controcorrente. Riguardando le immagini di Papa Montini che varca questi cancelli: la profezia è in quella veste bianca che percorre i luoghi del lavoro, della fatica, del rischio. Celebrare qui il santo Natale anziché nella Basilica di San Pietro, cornice apparentemente ben più consona per una Santa Messa, vuol dire abbracciare la Croce dell’annuncio di una Chiesa in uscita. Probabilmente allora erano poco conosciute le problematiche legate alla salute, all’ambiente, e questa fabbrica voleva rappresentare il punto di svolta per una terra povera e arretrata; ma non era sconosciuto sicuramente il rischio maggiore, il pericolo più grande, e cioè quello di anteporre altri valori all’uomo stesso. …

Abbiamo mezzo secolo di storia e di tanti errori alle spalle, ma la matrice di questi errori è sempre la medesima. Anteporre il consumo al lavoro e la produzione all’uomo. Guardando negli occhi gli operai questa mattina, pensando alle loro famiglie possiamo con franchezza riaffermare questa priorità?Oppure dobbiamo abbassare lo sguardo perché abbiamo caricato una croce d’acciaio e di precarietà su tanti ‘poveri cristi’? E qui, oltre a voi lavoratori dell’ Ilva, ho presente la difficilissima situazione di tanti lavoratori dell’indotto. E quindi nasce dal più grande stabilimento siderurgico d’Europa la domanda ai nostri nuovi governanti che sia innanzitutto rispettata la vita, l’ambiente e la dignità dei nostri lavoratori.

 

La messa è il sacrificio per eccellenza, offrendo pane e vino, chiediamo al Padre di donarci in quest’ostia Gesù suo figlio. Ma il sacrificio di Cristo è un sacrificio per la salvezza degli uomini. Partecipare alla messa deve avere questa convinzione fondante per ciascuno di noi, ovvero quella che Cristo muore in croce per gli uomini che sono fratelli fra di loro e di pari dignità. Dio non muore per il lavoro, per la produzione, per il prodotto interno lordo, Dio è qui e muore per ciascuno di noi, perché ognuno sia redento e riconosciuto come figlio stesso di Dio. Questa messa non è per un convenzionale augurio, ma è l’augurio della Pasqua stessa, ovvero del passaggio dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà”.

Le parole del Beato Paolo VI così ben interpretate dal nostro arcivescovo ci guidino nel lavoro quotidiano affinchè la sacralità della vita sia per noi un riferimento di attenzione, cura e carità nei confronti dei tanti malati che varcano con speranza la porta di questa nostra Cittadella.

Domenica delle Palme

in Cittadella della Carità

Scritto da Gabriella Ressa  •  27 Marzo 2018   • 

Anche in Cittadella della Carità la Domenica delle Palme non è stata una domenica come tante. ‘Le Palme’ sono un giorno speciale per i tarantini, ci si scambiano gli auguri per vivere intensamente la Settimana Santa, è un anticipo di Pasqua fatto di piccoli gesti fraterni.

Così è stata vissuta dagli anziani del padiglione "Ulivo" che hanno voluto prepararsi alla festa con quei gesti che hanno sempre fatto quando ancora le forze lo consentivano. Raccogliere rami d’ulivo, dividerli in piccoli bouquet raccolti con carte colorate e fili di rafia.

 Piccoli gesti appunto per non dimenticare il piacere della condivisione, del vivere insieme il fare ed il preparare un giorno di festa e di pace. E così tutti al lavoro sotto lo sguardo attento e premuroso dei terapisti, dei volontari, degli infermieri. Il risultato? Un tappeto di rami d’ulivo pronti ad essere donati a parenti ed amici durante la mattina della Domenica delle Palme.

Spira un’aria nuova nel padiglione, la dottoressa Manuela D’Abramo ha aperto le porte agli incontri con gli Scout, le Confraternite, i gruppi di volontari che settimanalmente si alternano per portare un pizzico di novità e simpatia nel reparto. Non solo cura del corpo, ma anche un po’ di ossigeno allo spirito malato di solitudine e tristezza. Sorridono gli anziani, si riscoprono bambini disegnando fogli colorati, mettendo insieme piccoli rami d’ulivo.

E’ Pasqua, solo condividendo con loro qualche momento di serenità è Pasqua davvero.

Nella Cittadella la Via Crucis

in preparazione alla Pasqua

Scritto da Gabriella ressa  •  14 Marzo 2018   • 

Si è svolta nella Cittadella della Carità la Via Crucis, rito con cui si ricostruisce e commemora il percorso doloroso di Cristo che si avvia alla crocifissione sul Golgota. A realizzarla alcuni confratelli, vestiti in abito di rito, ed alcune consorelle della Confraternita della SS Addolorata e San Domenico.

Guidati dall’assistente spirituale mons. Marco Morrone e dal priore Raffaele Vecchi, la Via Crucis ha rappresentato per tutti, sia per i pazienti che per il personale, un momento di preghiera e di riflessione. Presenti il cappellano della Cittadella don Domenico Liuzzi, la Comunità delle Suore Missionarie del Sacro Costato della Cittadella, guidate da Suor Delia Pardo, e la responsabile R.S.A. dott.ssa Manuela D’Abramo.

 

La Via Crucis rappresenta un cammino penitenziale, che si celebra nei venerdì di Quaresima, dedicato alla purificazione del cuore e ad una rinnovata conversione. Originariamente la Via Crucis comportava la necessità di recarsi materialmente in visita presso i luoghi dove Gesù aveva sofferto ed era stato messo a morte. Dal momento che un tale pellegrinaggio era impossibile per molti, la rappresentazione delle stazioni nelle chiese rappresentò un modo di portare idealmente a Gerusalemme ciascun credente.

 

Ed è proprio nella Cappella del Padiglione Ulivo che ospiti e confratelli si sono ritrovati a pregare, guidati da mons. Morrone. La Via Crucis ha costituito un momento di fraternità, spiritualità e missionarietà, vissuto da tutti con grande intensità di fede. Un modo per andare incontro all’altro, in un luogo che è sia di cura che di lavoro, nel quale la gioia, la fatica e la sofferenza si uniscono alla luce e alla speranza che scaturiscono dalla croce di Cristo. Le preghiere, le letture, i canti sono stati particolarmente apprezzati dagli ospiti della struttura, che si sono uniti in preghiera con i Confratelli e le Consorelle e con parte del personale.

 

Al termine mons. Morrone ed i confratelli hanno visitato tutte le stanze del Padiglione Ulivo, del Padiglione Arca e del Poliambulatorio.

Settimana della fede 2018

Al via da lunedì 26 in Concattedrale

Scritto da Maria Silvestrini  •  22 Febbraio 2018   • 

In che cosa credono oggi i giovani? Quanto è diffuso tra loro il sentimento religioso? Quanto incide l’esperienza religiosa nella loro vita? La fede è gioia, serenità, pace. Un messaggio semplice ma difficile da far passare fra i nostri ragazzi che sempre più spesso dopo i quattordici anni si allontanano dalle parrocchie e disperdono il piccolo patrimonio di catechesi accumulato negli anni dell’infanzia. Papa Francesco indicendo il Sinodo dei Giovani ha voluto chiamare la Curia, i vescovi e tutta la Chiesa a portare una speciale attenzione ai giovani, che “non vuol dire guardare soltanto a loro, ma anche mettere a fuoco un tema nodale per un complesso di relazioni e di urgenze: i rapporti intergenerazionali, la famiglia, gli ambiti della pastorale, la vita sociale”.

La nostra XLVII Settimana della Fede ha al centro proprio il desiderio di conoscere ed interpretare le domande che i millenian si pongono sul senso della vita e sulle difficoltà del proprio futuro. Il tema è quello indicato dal Santo Padre “I Giovani, la Fede e il discernimento vocazionale ”. A ottobre 2018 si svolgerà il sinodo che porterà la Chiesa a prendersi cura delle nuove generazioni, riflettendo sul loro vissuto, la loro vocazione, le loro scelte. Prima di questo incontro ogni gruppo e realtà diocesana, vivrà un tempo per ascoltare i propri giovani, coinvolgendoli e rendendoli parte attiva di questo percorso, e per fare il punto sulla proposta di accompagnamento pastorale a loro rivolta. “Ma la settimana della fede – ha detto il nostro Arcivescovo in conferenza stampa – non si rivolge solo ai giovani ma a tutti i cristiani, perché tutti dobbiamo prenderci cura ed imparare ad ascoltare le speranze e le paure delle nuove generazioni”.

Lunedì 26 si parte con un incontro festoso, i ragazzi che hanno iniziato un percorso vocazionale daranno la loro testimonianza, racconteranno l’esperienza di missione sulle spiagge in estate, indicheranno le loro priorità. La musica sarà il file rouge per accompagnare la festa con il gruppo musicale AKUSIMBA della Parrocchia San Lorenzo dei frati cappuccini.la serata sarà introdotta da don Francesco Maranò. Martedì 27 il tema dei rapporti fra le generazioni sarà messo a fuoco dalla dott.a Marta Rodriguez Diaz, direttrice dell’Istituto superiore di Studi sulla Donna. Mercoledì 28 il prof. Franco Nembrini, insegnante e saggista legherà il sommo poeta Dante ai giovani e alla vocazione oggi. Giovedì 1 marzo sarà in Concattedrale il Direttore del Servizio nazionale per la Pastorale giovanile Don Michele Falabretti. La chiusura della Settimana della Fede, venerdì 2 marzo, è affidata al cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, sarà lui ad indicare le prospettive e le attese di questo anno speciale che Papa Francesco ha voluto dedicare ai giovani. Diventare protagonisti, pensare strade nuove, camminare assieme adulti e ragazzi. La Settimana della Fede ci offre un momento per ascoltare e capire di più, oltre gli stereotipi, le esigenze delle nuove generazioni.

Un motivo importante per esserci, ogni sera alle 19,00 in Concattedrale, per unirci con gioia ad un percorso di rinnovamento e di riscoperta della bellezza della Fede.

La Cittadella della Carita' investe sulle giovani intelligenze del territorio

Scritto da Gabriella Ressa  •  29 Gennaio 2018   • 

L’Auditorium pieno di studenti ha accolto mons. Filippo Santoro, Arcivescovo di Taranto, alla cerimonia di premiazione del concorso in memoria di mons. Guglielmo Motolese, giunto alla nona edizione e fortemente voluto dalla Fondazione Cittadella della Carità. La traccia di questa edizione è stata scelta personalmente dall’arcivescovo. Una traccia impegnativa, che partiva dalla Settimana Sociale dei Cattolici Italiani che si è tenuta nel mese di ottobre a Cagliari, preparata a lungo da mons. Santoro, presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e del lavoro, e che svoltava nella seconda parte su temi di grande attualità per il nostro territorio: lavoro, disoccupazione e fuga dei giovani.

Per la sezione elaborato scritto ha vinto Andrea Greco (500 euro) del liceo Battaglini. Molto belli i riferimenti alla Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, dalla quale emerge una attenta analisi che riflette le prospettive di un lavoro diverso anche nella nostra città. Parola chiave: lavoro degno. Su questa linea anche gli altri due vincitori, Daniele Carbotti (300 euro) dell’Istituto Pacinotti e Francesca Lecce (200 euro) del liceo Archita. Per la sezione multimediale ha vinto Simona Scarnera (500 euro) dell’Istituto Cabrini con un lavoro grafico che indica il sogno della partenza e del ritorno. Protagonisti gli aerei di carta, che non vanno lontano. Secondo e terzo premio a Filippo Sisto (300 euro) del Liceo Ferraris e Sefora Antonucci e Sara Tagliente (200 euro) del Liceo Archita. Belli i riferimenti alle prospettive per la città. Per la sezione Seminario (1000 euro) sono stati premiati Giuseppe Basile ed Angelo Matichecchia.

Come sempre mons. Santoro ha premiato i vincitori ed ha consegnato gli attestati ai partecipanti.

Nel suo ampio ed articolato discorso conclusivo non sono mancati i riferimenti alla difficile situazione di contrasto fra salute e lavoro della città di Taranto. Ma l’arcivescovo ha innanzitutto sottolineato la forza della speranza e l’impegno della Fondazione nel mantenimento dei posti di lavoro.

Assegnare ogni anno delle borse di studio a giovani del nostro territorio vuol dire puntare sul cambiamento, scommettere sulla creatività, investire sulla formazione. “Dedicare grande attenzione alle giovani intelligenze – afferma il presidente della Fondazione Giuseppe Mele- prodotto e futuro della nostra terra, cercando sempre il modo più idoneo di valorizzarle e premiare con delle borse di studio gli studenti più meritevoli che hanno partecipato al concorso. Anche quest’anno la Fondazione investe sulle giovani generazioni”.

La risposta dei ragazzi di 7 Istituti del nostro territorio è stata convincente e carica di tensione emotiva. Nessuno vuole davvero lasciare questa città, anche se nessuno si nasconde le infinite difficoltà che spingono ad andare altrove. Hanno scritto: “Credo nelle potenzialità di questa terra, ricca di gente che ha voglia di lavorare e costruirsi un futuro. Credo che bisogna educare alla bellezza, alla creatività e al rispetto di ciò che la nostra terra ci offre”. Questo è il messaggio che quest’anno ci lascia il concorso in memoria di mons. Motolese

Sesto anniversario della presenza a

Taranto di Mons. Filippo Santoro 

Scritto da Maria Silvestrini  •  08 Gennaio 2018   • 

«Vorremmo stimolare il governo a dare priorità alla questione del Mezzogiorno. Se cresce il Sud, lo sappiamo, cresce tutta l’Italia. Non è possibile un cammino di crescita del Paese in cui la forbice si allarga anziché restringersi», diceva pochi mesi fa Mons. Santoro, davanti al premier Gentiloni e ad un ricco parterre di ministri nel corso della 48° Settimana sociale della Chiesa cattolica. Alla questione del lavoro ed alle difficoltà che incontrano centinaia di famiglie per condurre una vita appena decorosa, il nostro Arcivescovo ha dedicato una vita.

Vescovo di Taranto ha un passato da missionario in Brasile che lo ha consacrato come prelato di quelle “periferie” tanto amate da Bergoglio. «È bastato un sì per partire alla volta del Brasile. È bastato un altro sì per tornare, destinazione Taranto», con questa breve spiegazione Mons. Santoro raccontava nel 2012 la sua fede come continua obbedienza a Cristo e alla Chiesa. Era il 5 gennaio, vigilia dell’Epifania. Lo ricordiamo ancora scendere dalla lancia, venendo dal mare come il santo Vescovo Cataldo nostro Patrono.

Da quel momento le sue attenzioni e la sua costante preoccupazione sono state per questa città e per i suoi abitanti. “Quando una realtà provoca, quando un annuncio provoca, bisogna mettere in moto la ragione innanzitutto. Essa, si muove e vuole sapere, vuole conoscere, vuole la risposta, e si muove sempre, particolarmente nell’età tipica della ricerca che è la gioventù. Poi, uno si adegua, si conforma, si siede; anche se mai la ragione scompare ma ci accompagna perciò è necessario muoversi, prendere sul serio i segni che il Signore ci offre”. E la realtà di Taranto, città difficile e devastata da lacerazioni e problemi, è stato il banco di prova di dom Filippo che ha voluto conoscere, sapere, quindi operare. Ha "consumato le suole delle scarpe" come ama dire ed ha messo in piedi, tassello dopo tassello, concrete opportunità per i più soli ed emarginati.

Il Centro notturno di accoglienza per senza tetto, “San Cataldo Vescovo”, inaugurato lo scorso novembre e per i migranti e i rifugiati, è in funzione il monastero “Gesù sacerdote” intitolato a Santa Teresa di Calcutta, che le Carmelitane hanno donato alla Diocesi.

Mons. Santoro ha festeggiato l’anniversario celebrando l’Eucarestia nella Chiesa di S. Egidio a Tramontone ed il giorno successivo nella Concattedrale. Nel corso dell’omelia ha detto: “In questa giornata dell’Epifania ricordo i sei anni del mio ministero qui a Taranto e allora, riguardando questo tempo passato, il primo sentimento che provo è che, anche tra gli impegni, le difficoltà, le circostanze difficili, mi trovo ad essere contento. Questa letizia perché?…perché ho risposto ad una vocazione, ad una chiamata e ho fatto un cammino. E poi l’ho fatto insieme con i sacerdoti, con i fedeli piccoli e grandi e con tante persone della nostra società; abbiamo camminato insieme per il bene della gente. … abbiamo percorso un cammino a servizio del Signore e al servizio delle persone che ci sono state affidate. ….Non siamo rimasti affacciati sul balcone, ma ci siamo buttati nella realtà. Vogliamo essere sempre di più dentro la vita quotidiana, portatori di Cristo, non di soluzioni magiche, ma di una presenza che ci fa stare con il cuore spalancato, attenti, facendoci provocare, facendoci ferire dalla realtà, non perdendo le occasioni e le circostanze che ci sono offerte, non lasciandole cadere, ma accogliendole. …E dopo questi sei anni in cui ho conosciuto la diocesi in tutti gli angoli e nei vari aspetti, è giunta l’ora di cominciare sistematicamente, la Visita Pastorale a tutte le parrocchie proprio per un’ulteriore vicinanza, per rafforzare i vincoli di appartenenza, portando insieme la luce del Signore che illumina le persone del nostro tempo.… Il mio augurio è che incontrando le persone nelle parrocchie, ciascuno di noi e tutta la Chiesa possiamo essere quella stella che illumina il cammino della nostra diocesi, della nostra società, per divenire come è successo per i Magi, portatori di una grande gioia e di una grande speranza”.

Buon cammino dom Filippo!

Gli 80 anni di Suor Delia

Scritto da Gabriella Ressa  •  20 Dicemmbre 2017   • 

Vive ed opera nella Cittadella della Carità sin dall’inizio, quando mons. Guglielmo Motolese decise di partire con il grande progetto della Cittadella.

Un lungo cammino di amore e di dedizione che dal 1987 ha trovato nelle religiose un punto di forza. Suor Maria Delia Pardo, superiora della comunità delle Suore Missionarie del Sacro Costato, ha festeggiato il suo compleanno tra gli ospiti della struttura, i dipendenti, gli amici, la responsabile R.S.A. dott.ssa Manuela D’Abramo, il direttore sanitario dott. Giuseppe Russo, i medici, il Consiglio di amministrazione, il Direttore Generale dott. Bruno Causo. Parole di apprezzamento e di sincero affetto ha inviato, con una lettera di auguri, il presidente del CdA dott. Giuseppe Mele, fuori Taranto.

In tanti hanno voluto dirle grazie, per il fecondo cammino percorso, prima come segretaria dell’arcivescovo e poi come Superiora. Sempre pronta ad accogliere le sofferenze umane, suor Delia rappresenta l’humus cattolico, lo spirito cristiano che caratterizza la Cittadella della Carità. Con lei, ad organizzare tutte le funzioni religiose, il padre spirituale don Domenico Liuzzi, con lei un gruppo di volontari che ogni settimana collabora nell’ascolto e nell’aiuto ai più anziani e più soli.

Il compleanno di Suor Delia, nel tempo del Natale, è stato un momento per ritrovarsi in uno spirito di comunità, per rafforzare il legame fra tutti i componenti della Fondazione e per sottolineare quanto la presenza delle nostre suore sia importante per tenere accesa quella fiammella di umanità e carità che mons. Guglielmo Motolese volle accendere con la costruzione della Cittadella. Il genetliaco è stato festeggiato con serenità e spirito di comunione, con i dolci tipici del Natale, fatti in casa dai tanti che hanno voluto arricchire la sua festa con una piccola personale presenza. Come in una famiglia nella quale si festeggia una persona cara. Perché tale ella è. Cara a tutti.

Auguri suor Delia!

Santa Cecilia, ed inizia il Natale alla Cittadella

Scritto da Gabriella Ressa  •  22 Novemmbre 2017   • 

A Taranto la tradizione natalizia si avvia in anticipo rispetto alle altre città. Infatti il giorno di Santa Cecilia, il 22 novembre, la città si risveglia con le pastorali e le pettole, fritte già all’alba. E’ tutto un fermento di gioia, inizia il periodo natalizio.

Anche la Cittadella della Carità ha avviato questo lungo periodo di festeggiamenti religiosi e popolari, grazie alla Confraternita della SS Addolorata e San Domenico, guidata dall’assistente spirituale mons. Marco Morrone e dal priore Raffaele Vecchi, che ha portato la Banda Municipale “Città di Crispiano”, diretta dal Maestro Francesco Bolognino, a rallegrare tutti gli ospiti, i dipendenti e gli amici della Cittadella. Con loro anche una nutrita delegazione di confratelli.

 

I musicisti hanno suonato le pastorali più note, girando per tutta la struttura. Prima all’Ulivo, dove ad attenderli c’erano, emozionati, gli ospiti, affiancati dagli operatori sanitari e sociosanitari, i parenti, la responsabile R.S.A. dott.ssa Manuela D’Abramo. In carrozzella, in piedi, con il sorriso sul viso per quell’andare indietro nel tempo, per quell’ancorarsi alle tradizioni che ricordano più facilmente ciò che si è fatto, ciò che si è stati. Le levatacce di prima mattina, quando è ancora buio, le dita che si scottano a tenere in mano le pettole fumanti, appena fritte, con o senza zucchero, le chiacchiere con chi condivide la stessa tradizione.

La Banda Municipale “Città di Crispiano” opera nel territorio da 15 anni, è composta da circa 35 elementi , il suo repertorio spazia dal sinfonico al lirico, dal popolare alla musica leggera. E’ una organizzazione culturale e musicale che favorisce la divulgazione dell’arte musicale e della cultura bandistica.

Poi un giro nei Poliambulatori, mentre le persone attendevano di effettuare visite specialistiche ed esami diagnostici. A seguire la cucina, e poi l’Arca.

Qui, nella casa di Cura, tanta allegria tra i degenti e gli operatori sanitari.

 


       

Intitolato a San Cataldo

 il Centro per i poveri della Diocesi 

Scritto da Maria Silvestrini  •  21 Novemmbre 2017   • 

“Non lasciamoli soli: Dio ama chi dona con gioia” con questo motto sulle felpe rosse decine di volontari hanno dato il benvenuto a S.E. mons. Filippo Santoro che, insieme a S.E. mons. Benigno Luigi Papa e S.E. mons. Bernard Aubertin arcivescovo di Tours (patria di San Martino), ha inaugurato il Centro San Cataldo situato in Palazzo Santacroce in Vico Seminario.

Una struttura ampia e luminosa restaurata nel corso degli ultimi due anni dalla Ditta Garibaldi con la sapiente guida dell’ing. Domenico Mancini e la supervisione dell’arch. Augusto Ressa della Soprintendenza. “Anche i poveri hanno diritto alla bellezza – ha detto mons. Santoro quando in San Cataldo ha presentato l’opera – perché la bellezza è forma dell’Amore di Dio ed è educativa per chi si avvicina in questo luogo non avendo nulla”. Palazzo Santacroce, residenza nobiliare dei baroni Santacroce è datato alla seconda metà del 1700. La sua collocazione è fortemente simbolica perché è proprio alle spalle della Casa del Vescovo e quindi in simbiosi con quello spirito di carità che lo ha sempre animato. Il nostro Arcivescovo aveva espresso il suo desiderio di una Casa per i Poveri nel primo pellegrinaggio diocesano svoltosi a Loreto, ed aveva affidato alla Madre di Dio la grande speranza ed il grande impegno necessario per la creazione dell’opera. Domenica 19 novembre, nel giorno che Papa Francesco ha indicato come Giornata mondiale per i poveri, l’intera Diocesi si è riunita simbolicamente in preghiera nella Cattedrale per ringraziare il Signore del grande risultato raggiunto. 

Il Centro viene intitolato a San Cataldo nostro patrono “ ed è un centro che nasce dal cuore della Chiesa, nasce dal bisogno di amare e di essere amati, che è segno di felicità e di infinito”. Dom Filippo nel corso dell’omelia ha sottolineato la figura del povero che è colui a cui manca qualcosa di essenziale come il cibo, un tetto, il lavoro. Già il lavoro, così difficile da trovare nella nostra città, ma unico elemento capace di fornire piena dignità alla persona. “Per questo nel Centro sono previsti percorsi, anche attraverso il Progetto Policoro, per recuperare ad un’attività i poveri che chiedono il nostro sostegno”.

Come ha ben spiegato mons. Tagliente, pur appartenendo alla Curia, Palazzo Santacroce nel tempo era stato fortemente deteriorato dalla utilizzazione per abitazione di numerose famiglie. “Difficile riaverne la libertà di possesso ed estremamente complessa la sua ristrutturazione poiché  il consolidamento statico ha necessitato di numerose ricuciture di non facile attuazione. L’opera è finalmente conclusa con l’apporto economico di parrocchie, confraternite, privati cittadini ed anche della Conferenza Episcopale Italiana”. Il Centro si sviluppa su 1200 mq. quattro livelli collegati con scale ed ascensori. Al piano rialzato la Cappella, a piano terra gli uffici Caritas e quelli per l’assistenza legale e sanitaria, Al primo ed al secondo piano i posti letto per uomini, donne, e minori non accompagnati, ma anche due miniappartamenti per ragazze madri. Non mancano la sala per la televisione e la biblioteca, ma innanzitutto docce e bagni che  sono la prima necessità per coloro che vivono prevalentemente per strada. 53 posti lettoche, ha spiegato il direttore Caritas don Nino Borsci, saranno dati sulla base di un colloquio affidato ai volontari del Centro di ascolto, e che non saranno a tempo indeterminato. I volontari si alterneranno su tre turni dalle 19 di sera alle 9 del mattino ed a loro il grande grazie per la disponibilità e la sensibilità all’accoglienza.

Quasi 30 anni sono passati dalla inaugurazione della Cittadella della Carità, ma il filo rosso dell’amore di Dio nella mani dei nostri Pastori ci dona ogni giorni frutti di speranza.

Grazie mons. Santoro di averci guidato a dare all’appello del Santo Padre una risposta così concreta. Ora Il Centro di accoglienza è nelle mani della Città di Taranto e della Diocesi, perché quanto fatto si sviluppi e produca frutti copiosi di carità.
       

Alzheimer, amare senza paura.

Incontro dell’associazione Falanthra 

Scritto da Gabriella Ressa  •  29 Settembre 2017   • 

L’Associazione Falanthra ha organizzato una serie di incontri sull’Alzheimer, per sensibilizzare la popolazione su questa malattia degenerativa, che comporta grandi sofferenze non solo per il malato ma anche per il care giver, cioè la persona “cara” che gli sta accanto.

Con incontri di vario tipo, l’associazione presieduta da Cesare Natale e Daniela Lelli ha realizzato una fitta rete di appuntamenti culturali e di approfondimento. “Alzheimer più” è il progetto portato avanti dall’associazione ed ha l’obiettivo di essere un punto di incontro informativo e di condivisione per i malati ed i loro parenti. Ispirato al progetto “Caffè Alzheimer” del medico olandese Meisen, offre momenti di sollievo attraverso attività condivise che coinvolgono sia pazienti che parenti.

Tra i tanti incontri realizzati, la condivisione di esperienze in una tavola rotonda che si è tenuta alla Cittadella della Carità. “Parliamo di Alzheimer amare senza paura” questo il titolo dell’incontro che ha visto il confronto tra esponenti del mondo sanitario, del volontariato, della cultura. A fare da contorno all’incontro la declamazione di poesie, balli, l’esposizione di fotografie del gruppo Welcome in passione foto.

L’incontro è stato aperto dal Direttore Generale della Cittadella della Carità dr. Bruno Causo, che ha annunciato le intenzioni della Fondazione, non solo prestare cure assistenziali ma anche di riscoprire la vocazione primaria della Cittadella, quella della vicinanza ai sofferenti, alle persone in difficoltà. “E’ giunto il momento di promuovere la Cittadella nel sociale. La Cittadella quando fu creata fu chiamata Cittadella della Carità perché il suo Fondatore, mons. Guglielmo Motolese, voleva che la struttura fosse di supporto ai deboli, gli anziani per esempio, in una situazione attuale dell’italia in cui l’età media di sopravvivenza è aumentata. Oggi la sopravvivenza media è arrivata a 78 anni per gli uomini e 82 per le donne (dati Istat) ed aumentano le patologie invalidanti, le disabilità, le perdite dell’autonomia, causate da malattie di diverso tipo, tra queste l’Alzheimer. Parlo da Direttore Generale e sono certo di rappresentare il Consiglio di Amministrazione”. Desiderio da parte dell’Associazione è quello di avere uno spazio nel quale realizzare attività varie (laboratori creativi, musicali, momenti ricreativi etc….), creare un orto Alzheimer. Positiva la risposta. “Valuteremo la situazione per capire se riusciremo a trovare un luogo idoneo per fare tutto ciò. Da parte nostra questa richiesta trova apertura e disponibilità”.

E poi un riferimento al presente della Cittadella. “Tutti sanno che la Cittadella vive una situazione finanziaria piuttosto critica che stiamo risolvendo, con una grossa battaglia contro le banche; le difficoltà finanziarie vengono dal passato e non riguardano il presente. Non è una struttura che deve fare business, la sua vocazione è quella di tendere la mano a chi è in difficoltà e qui parliamo di cultura, intendo cioè la cultura assistenziale che bisogna avere nei confronti dei soggetti deboli, e che non è la stessa che bisogna avere quando si ha di fronte un paziente acuto. L’acuto rimane poco in ambiente ospedaliero; è di passaggio. Differente per i pazienti cronici come ad esempio i soggetti Alzheimer, che hanno bisogno di cure ma anche di vicinanza fisica, esattamente come un bambino piccolo, che riconosce la mamma dall’odore, perché funziona l’encefalo antico. Quando le strutture razionali vengono perse si ripristina la struttura primitiva dell’encefalo, che sente molto più il tocco di una mano che una parola”.

E poi un riferimento alla situazione locale. “I posti letto di Alzheimer sono contingentati sulla base del numero della popolazione. Abbiamo posti letto con nucleo Alzheimer a Crispiano e a Torricella, ma non a Taranto. La Cittadella della Carità, tuttavia, ha sottoscritto con la Regione Puglia un accordo per l’apertura di 15 nuovi posti letto di Hospice. Noi vogliamo fare quello che gli altri non fanno: toccare con la mano le persone che hanno perso l’autonomia. Tutto ciò si deve costruire insieme. Rispetto a tutto ciò che è innovativo c’è una resistenza al cambiamento. Noi andremo avanti perché è la vocazione del nostro Fondatore, e per fare ciò abbiamo avuto il mandato dall’arcivescovo mons. Santoro: continuare il cammino indicato. E noi andremo avanti per questa strada”.

 

Auguri Eccellenza

XXI anniversario di ordinazione episcopale

Scritto da Gabriella Ressa  •  29 Giugno 2017   • 

In occasione del suo XXI anniversario di ordinazione sacerdotale, mons. Filippo Santoro, Arcivescovo Metropolita di Taranto, presiederà la Concelebrazione Eucaristica che si terrà questa sera, 29 giugno 2017, alle ore 19.00 presso la parrocchia di Santa Maria del Galeso, nel quartiere Paolo VI.

 

Nel giorno dedicato ai grandi Santi Pietro e Paolo, Mons. Santoro sceglie di ringraziare il Signore per il dono del sacerdozio tra le gente, in una parrocchia di periferia, che ha visto per 50 anni la presenza degli Oblati di Maria Immacolata, che ora si trasferiranno. C’è, dunque, grande attesa nella comunità, per l’arrivo del nuovo parroco, che sarà indicato da Sua Eccellenza l’Arcivescovo.

Dopo gli anni trascorsi come vescovo in Brasile, dal 2012 mons. Santoro guida la diocesi di Taranto, grande e particolarmente impegnativa per la gravissima situazione di difficoltà causata dalla crisi della grande industria, scoppiata dopo il 26 luglio 2012, a seguito del provvedimento emanato dall’Autorità Giudiziaria che comportava il blocco dello stabilimento ILVA. In questi anni ,molte cose sono successe, molte emergenze sono venute fuori, drammaticamente, e sempre mons. Santoro è stato al fianco della persona: perché il suo, come dichiarava l’anno scorso al SIR, “è un servizio d’amore, un amore da vivere e compiere in comunione con Pietro e la Chiesa di Roma”. Forte è risuonata la sua voce in difesa della Città Vecchia, dei giovani, dei bambini, dei malati, dei lavoratori e degli emarginati.

Questa sera la preghiera della diocesi sarà rivolta a lui!

Auguri, Eccellenza!!!! .