Un frammento della città futura

Posted by Someone on March 10, 2008  •  Comments (64)  • 

Nel 1984 Mons. Guglielmo Motolese, Arcivescovo di Taranto, mi chiamò insieme all’architetto Giannico per dare forma e sostanza architettonica alla sua “intuizione”, al suo progetto-sogno, da quell’istante divenuto pure nostro, di una Cittadella destinata agli ultimi, di un “frammento della città futura”. Fin dal primo istante di autentica carità, di solidarietà e identificazione, di condivisione e non di assistenzialismo si parla: una carità totalmente permeata e immersa in una dimensione umana sacralizzata. La Cittadella del Pellicano è insieme modello e provocazione per una città, una collettività in profonda crisi perchè nell’analisi del rapporto con le classi e i soggetti più deboli ed emarginati questi ritrovino la propria identità ed una strada per ripensare al proprio destino.

Questo organismo complesso e polivalente è costituito nella sua articolazione e configurazione finale - delle nove strutture previste due sono realizzate e funzionanti mentre iniziano i lavori per la realizzazione di una terza - da una serie di attrezzature che lo rendono autentico prolungamento dell’abitazione: un fondamentale referente fisico e psicologico cui l’anziano solo ed indigente, la ragazza madre, l’handicappato grave ed altre numerose categorie di soggetti in condizioni di temporanea o permanente difficoltà, insieme al mondo di affetti che ruota loro intorno, possono legare la propria serenità e il senso più profondo della propria esistenza. Essi devono qui trovare aiuto, conforto e assistenza adeguata ma pure, soprattutto, amicizia e una vita comunitaria in forme che consentano di sentirsi e rendersi effettiva utili assumendo un ruolo da protagonisti.

La rinunzia agli allettamenti della suggestione tipologica costituita dal monoblocco complesso, da una macrostruttura probabilmente più “di moda” nel panorama della produzione architettonica italiana degli ultimi decenni, è frutto di una grossa riflessione culturale che, contestando anacronistiche deleghe assolute e presunzioni imposizioni tecnicistiche di modelli esistenziali, tenta finalmente di interpretare le reali esigenze degli uomini e re-interpretare antichi valori insediativi propri di queste terre meridionali. La struttura nasce così su venti ettari di un suolo affacciato, in leggero declivio, verso i mari interni della città. Nove contenitori di media grandezza (intorno ai quattromila metri quadrati ciascuno) sono destinati ad accogliere uomini, funzioni, problematiche, rapporti fra i più vari e comunque sempre particolarissimi.

Superamento della istituzionalizzazione, apertura al territorio, massimo rispetto dei luoghi, prefigurazione di un possibile modello di rapporti nuovi da dilatare, che vedono l’individuo tornare ad essere tenuto in conto di valore, di vero patrimonio per la collettività. E poi ricerca e sviluppo delle “funzioni di margine”, muoversi all’interno di un parco urbano, di un’area verde non marginale (ricordavo, lavorando al progetto, lo splendido Stadio del Rastrello a Siena); disporre di grandi invasi collettivi che invitano ad una più intensa comunicazione; ritrovare la personalità perduta non rinunziando alla funzionalità del mezzo...e poi preparare le generazioni future a livelli professionali di un’assistenza operata con l’anima (L’Università Cattolica del Sacro Cuore con la specializzazione in Geriatria dovrebbe soccorrerci in questo impegno); offrire un luogo di interscambio di esperienze, un centro di raccolta e analisi delle esperienze, un centro che si conducono sul pianeta (il nostro Centro Studi per i problemi dell’emarginazione).

E ancora lavorare perchè la comunità, raccolta la sfida, si appropri realmente di questa struttura diffondendo la “filosofia” di accoglienza ed armonica fusione delle diversità di cui essa è portatrice e che trova la sua espressione simbolica negli spazi per il culto: la Cappella dell’Ulivo, nella quale un antico tronco contorto è sacro vecchio del Sud ma pure sacralità della natura; e la piccola Cappella del Monte Tabor, nella quale un caleidoscopio di luce frantuma sull’altare il messaggio ecumenico di un mondo nel quale il credo non è più discrimine e gli uomini hanno finalmente imparato a comunicare.